STUDIO DANISI

Le emozioni del conflitto

Le emozioni svolgono una funzione importante per la nostra sopravvivenza quotidiana ed è importante comprenderne il significato per provare a capire cosa ci sta accadendo. Fra tutte le emozioni primarie e secondarie[1]  che possono emergere nella dinamica del conflitto, tre sono quelle che svolgono un ruolo cardine: la rabbia, la paura e la tristezza.

Vediamo in che modo partendo dalla prima: la rabbia.

Secondo l’autorevole studioso di emozioni Paul Ekman[2], la rabbia nasce in noi quando incontriamo un ostacolo al raggiungimento di un obiettivo. Insieme a questa visione, in 20 anni di esperienze sul campo dei conflitti e della mediazione, ho sperimentato, in chi vive il conflitto, un’altra visione di questa emozione che potrebbe integrare quella di Ekman.

La rabbia come percezione di un senso di ingiustizia a seguito di uno stimoloattacco. Esso può nascere in noi come un meccanismo di autodifesa o autoaffermazione quando:

  • qualcuno ci manca di rispetto perché ci offende, ci prende in giro, tradisce la nostra fiducia, o ci passa avanti in una fila, etc.;
  • non ci sentiamo riconosciuti, in tutte le sfumature in cui questo può accadere: non visti, non accettati, non ascoltati, non valorizzati, manipolati, etc.

In questi due casi, la rabbia sembra avere a che fare con bisogni di rispetto e riconoscimento.

  • Si può provare rabbia anche quando eventi che non dipendono da noi portano a slittare i nostri progetti, ad esempio se ero convinto di continuare a lavorare nello stesso ruolo aziendale, ma un cambio di management contrae le mie funzioni. In questo caso potrei provare rabbia come la intende Ekman, come un’emozione di reazione rispetto al raggiungimento di un obiettivo.

Quello che ho verificato sul campo è che in tutti questi casi, quello che le persone dicono di provare è un “senso di ingiustizia”, perché ciò che accade dentro di sé, esplorando, è la percezione di non sentirsi riconosciuti e rispettati.

È un fenomeno soggettivo, la nostra personale risposta emotiva a un evento che sta accadendo nella nostra vita, sia esso un evento “oggettivo” (ad esempio, sto davvero perdendo il mio lavoro), sia esso un evento immaginato (credo che il mio collega voglia “farmi le scarpe”). Pensiamo, ad esempio, a quando ci accade di non stare bene fisicamente: sentiamo rabbia perché per noi è ingiusto stare male fisicamente, essere bloccati a letto o in casa.

L’emozione che proviamo è, inoltre, una ricerca di senso: “Perché mi è successa questa cosa?”, “perché proprio a me?”.

La rabbia, è anche un “motore”. È un’emozione che ha a che fare con l’istinto di sopravvivenza. Sento che l’altro non mi sta rispettando o impedisce la mia crescita e mi arrabbio, perché noi esseri umani siamo fatti per essere rispettati, amati, per vivere liberamente e pienamente, per realizzare il nostro potenziale. E allora, se percepiamo, sottilmente, degli ostacoli a questo, anche qualora non fossimo pienamente consapevoli di quello che sta accadendo, proviamo rabbia (o meglio, come dicevamo in precedenza, si innescano reazioni al livello corporeo e dopo proviamo un sentimento che potremmo definire rabbia, sapendo che anche laddove non lo definissimo e, perfino, non ne fossimo consapevoli esso agisce in noi).

Nel termine percezione è racchiusa tutta la soggettività di questo sentire. Non è detto che stia accadendo nella “realtà” ma io lo percepisco così, appartiene alla mia realtà. Questo sentire mi pone al centro della questione, ma è importante valutare adeguatamente la situazione per verificare se ci sono pezzi del mio sentire che coincidono con la “realtà” degli altri.

La paura

Il discorso sull’emozione della paura, risente della solidità degli ampi studi su questo tema (dalla fisiologia alle neuroscienze, alla psicologia) che sono approdati ad un discorso condiviso all’interno della comunità scientifica e delle nostre rappresentazioni quotidiane.

La paura può essere vista come il sentimento (nella prospettiva di Damasio) della reazione ad un evento/stimolo percepito come pericoloso.

Negli anni ’60 del secolo scorso, la prospettiva psico-evoluzionistica di matrice darwiniana, interpretata da Tomkins e successivamente dai suoi allievi Ekman e Izard, considerava la paura come una risposta innata a certi stimoli, figlia del processo evolutivo e adattivo della specie, che produce diverse reazioni corporee. Ekman e Izard sostengono, inoltre, che anche l’espressione facciale delle nostre emozioni, in particolare della paura, sia universale e legata a reazioni neurofisiologiche.

Come abbiamo visto precedentemente, gli studi condotti da LeDoux sulla paura, mostrano come il nostro corpo ha imparato ad agire in situazioni di pericolo, mettendo a punto una strategia di sopravvivenza che ci fa agire prontamente con una risposta corporea (fosse anche il “congelamento”) dinanzi ad uno stimolo percepito come minaccioso, mentre contemporaneamente parte una “via alta”, che richiede tempi lunghi di reazione, poiché coinvolge la neocorteccia, attraverso la quale si processa una valutazione dello stimolo (come si può vedere nello schema che segue):

Quando ci troviamo di fronte a situazioni di pericolo, tutte le energie vengono dirottate dalle funzioni superiori del cervello (quelle che presiedono a funzioni complesse come leggere, parlare, interpretare, ricordare) verso funzioni di attivazione immediata dell’organismo (muovere il corpo per fuggire, per esempio, o paralizzarci, in un tentativo di mimesi con l’ambiente), al fine di salvarci la pelle. Si tratta di un meccanismo perfetto, primitivo. Mentre è già partita la risposta immediata all’evento-stimolo, parte un altro tipo di reazione che coinvolge la parte razionale del cervello, permettendo una valutazione più adeguata della situazione. Ad esempio, se sono in autostrada è vedo un oggetto che mi si scaglia contro dal cielo, dal cervello (talamo) partono automaticamente i comandi che mi fanno spostare la mia auto in direzione diversa, in modo da evitare il pericolo. Mentre sto già compiendo questa azione che mi salva, è già partita l’informazione alla parte più “alta” del cervello (la neocorteccia) che valutando l’oggetto, capisce che potrebbe essere una pietra lanciata da un cavalcavia. Quando, qualche metro più in là, accosto la mia auto, sarò ancora attivata psico-fisicamente (accelerazione del battito cardiaco, calo della temperatura, blocco della parola) dalle reazioni emotive e potrei, a questo punto, sentire paura, nominarla dentro di me. Ritrovando la calma attraverso il respiro e portando l’organismo ad uno stato di nuovo equilibrio psico-fisico, potrò avvisare la polizia stradale dell’accaduto.

Prime di ritrovare la calma, si avvia un doppio binario, il primo dei quali si attiva in circa 12 millesimi di secondo e quello successivo, in circa 24 millessimi di secondo (una velocità che non riusciamo a percepire a livello conscio) e nel nostro corpo accadono delle reazioni chimiche.

Quando l’amigdala percepisce una situazione di allarme rilascia nel nostro cervello una sostanza, chiamata CFR (Corticotropin Realising Factor, fattore liberante corticotropina) e poi una serie di ormoni, principalmente il cortisolo. Questi ormoni servono ad attivare il corpo per dare vita a una reazione.

L’essere umano è programmato per tollerare queste sostanze fino a una certa soglia, ma se si vivono costantemente episodi di percezione di pericolo, se il soggetto si percepisce sempre in stato di allarme, l’organismo secerne continuamente ormoni e si intossica. In questo modo, la corteccia prefrontale situata nei lobi frontali (deputati a una sorta di valutazione dell’informazione che parte dall’amigdala) entra in una sorta di “stand-by” poiché vi sono troppi ormoni in circolo. A questo punto potrebbe accadere quello di cui parla Goleman[3]: il sequestro emotivo, vale a dire una reazione eccessiva rispetto all’input, come se le mie emozioni mi rapissero. Ad esempio, se una persona mi guarda “male” e io lo colpisco con un pugno questa reazione è esagerata rispetto all’input. Se lo stato di allarme è perpetuo l’organismo va in tilt e la parte razionale, che è deputata ad alcune funzioni complesse come comprendere ed interpretare le cose nel giusto contesto e reagire adeguatamente, ne risente. Infatti, nei periodi di stress spesso non riusciamo a leggere e anche se ci sforziamo di farlo facciamo fatica a comprendere il testo, ci tocca rileggerlo più volte. Lo stesso vale per la parola, perché il parlare, l’organizzare la frase, è una funzione complessa del pensiero. Questo spiega perché nei momenti di stress o panico, potrebbe bloccarsi la parola o il discorso potrebbe non risultare fluido.

Nei momenti di pericolo ripetuti e, dunque, nelle fasi di stress, non possiamo permetterci il “lusso” di leggere una poesia… dobbiamo combattere!

La padronanza di sé e il controllo emotivo derivano da un buon funzionamento dei processi cerebrali (“via bassa” e “via alta”) e delle sostanze chimiche rilasciate (ormoni). Quando questo meccanismo è bilanciato, vengono rilasciati ormoni nella quantità sufficiente alla reazione. Nelle situazioni di normalità questo meccanismo ci permette di agire in maniera socialmente adeguata alle situazioni. Ma in situazioni di forte stress la parte razionale, deputata all’atto valutativo, viene inibita e non riesce a svolgere adeguatamente la sua funzione, per questo si può verificare un sequestro emotivo, vale a dire che si mettono in campo delle “reazioni fuori controllo”.

La paura ha a che fare con il bisogno di sicurezza.

Il mondo in cui viviamo oggi viene percepito come molto pericoloso. Non è un caso, dunque, che soffriamo tutti d’ansia.

Anche qui è molto sottile la linea di demarcazione fra quello che sento “dentro di me” e quello che sta accadendo “nella realtà”, vale a dire quello che sta agendo una persona verso di me o un evento che può avere un impatto concreto e destabilizzante nella mia vita. Il mio collega sta davvero cercando di “farmi le scarpe”? La mia azienda sta davvero operando dei tagli del personale nei quali potrei rientrare anch’io? La paura che io provo è la stessa. Perché il mondo che io percepisco è il mio mondo. Ma “mettere le cose a terra”, vale a dire nominare la paura, darle un posto dentro di noi e farle fare i conti con dei pezzi di realtà che si àncora al mondo degli altri, ci aiuta a essere più concreti e a trovare la forza per affrontare le situazioni difficili. Il tema è che oggi non ci sono molte cose stabili su cui appoggiarsi: le relazioni personali sono “liquide”[4], il lavoro è fluttuante, dove radicarsi? Sono domande importanti che si palesano in mediazione, in cui insieme ai vissuti emotivi forti, ognuno di noi è portatore della ricerca di un senso della vita, che oggi non riesce più a canalizzarsi dentro orizzonti ideali, religiosi o sociali, ma resta appesa sulla gruccia delle nostre solitudini.

Lo stato di allerta individuale non trovando contenitori collettivi diventa una miccia esplosiva all’interno delle relazioni interpersonali (con i famigliari, i vicini di casa, i colleghi di lavoro).

C’è bisogno di dare un tempo alla riflessione sulle relazioni per affrontare il tema della paura, perché da emozione funzionale alla sopravvivenza non diventi tensione permanente, ansia, panico. Bisogna, urgentemente, educarci alla cura della relazione, al rispetto di noi stessi e degli altri e laddove questa strada diventa difficile da percorrere senza l’ausilio di esperti, allora può intervenire la mediazione, come una delle possibili risposte al conflitto, di sicuro come una risposta qualificata al conflitto interpersonale.

Il mediatore non risponde alla domanda sul senso della vita (anche quando è una filosofa) ma accompagna le persone a fare un percorso che va dall’emozione al bisogno, collocando i bisogni nell’orizzonte di senso che hanno per quelle specifiche persone.

Insieme al mediatore si possono toccare le paure che si attivano nella relazione e provare a comprenderne il messaggio, perché la relazione evolva.

La tristezza

E, infine, fra le emozioni primarie del conflitto vi è la tristezza, che a che fare col percepire la perdita e che per Ekman, è “una delle emozioni più durature[5]”.

“Molti tipi di perdita possono innestare la tristezza: essere respinti da un amico o un innamorato; perdere l’autostima a seguito di un fallimento sul lavoro; perdere l’ammirazione o la stima di un superiore; perdere la salute; una modificazione del corpo a seguito di una malattia o di un incidente; per qualcuno, perdere un oggetto tenuto in gran conto[6].

Sempre Ekman, proseguendo, sostiene che i termini che indicano la tristezza sono diversi e come si potrà vedere dalla sua presentazione, essi contengono anche stati d’animo più lunghi dell’attivazione emotiva che propriamente chiamiamo tristezza e appaiono, inoltre, mescolare più emozioni e stati d’animo fra loro. I termini a cui allude sono: “turbato, deluso, avvilito, malinconico, depresso, scoraggiato, disperato, oppresso, impotente, prostrato, infelice”[7].

È interessante notare, infine, la distinzione che Ekman e Friesen operano fra la “tristezza” e il “tormento”, dove la prima sembra contenere “più rassegnazione e senso di impotenza”, mentre nel tormento vi è “ribellione[8]”.

Questa emozione, nel caleidoscopio di sfumature linguistiche e vissuti soggettivi, fa parte della vita di ognuno di noi e compare, spesso, nella stanza di mediazione. Il corpo la manifesta nelle lacrime, nei silenzi, in espressioni che alludono alla mancanza di prospettiva e di fiducia, che può accompagnare, ad esempio, un evento separativo, dove due genitori “devono” occuparsi delle scelte relative ai bisogni e all’organizzazione di vita dei loro figli, mentre la tristezza allaga i pensieri e si insinua nel corpo e, forse, vorrebbero solo lasciarsi andare. Ecco che gestire l’evento separativo per due persone, può essere molto complesso, in quanto si alternano emozioni che vanno dalla tristezza, alla rabbia, alla paura. La mediazione offre un supporto importante, perché mette a disposizione un tempo e uno spazio all’espressione del mare emotivo che agita le persone, sostenendole nel difficile compito di scorporare il piano della coppia da quello genitoriale, in una separazione, ad esempio: le persone con risorse adulte comprendono bene che devono andare avanti per i figli, devono progettare per loro il futuro e organizzare un presente accettabile, ma possono trovare un posto dove esprimere anche il dolore e la rabbia che provano, la vergogna e il senso di colpa, il senso di rifiuto e di fallimento, la solitudine, la paura per il futuro. Dare alle emozioni una dignità, vuol dire recuperare pezzi di sé, della propria persona, che in una separazione sembrano perdersi insieme alla storia che si chiude (per alcuni, per altri resta un capitolo aperto molto a lungo).

Quando stiamo vivendo una separazione ci sentiamo tristi. È importante in mediazione lasciar emergere la tristezza, permettere che si manifesti. Non tentare di rimuoverla con facili consigli, ma darle una grande dignità e aspettare che faccia il suo corso.

Il distacco è un momento delicato in cui dobbiamo riattivare le nostre risorse adulte per continuare a camminare, mentre sentiamo una gran voglia di piantarci lì e regredire al bisogno infantile di una mamma, di un riparo sicuro. Nelle separazioni bisogna darsi il tempo: il tempo di sentire la tristezza (e le altre emozioni). Il tempo di accogliere sé stessi, quando ci si sente frantumati e pian piano, tornare a rivolgere lo sguardo verso quell’altro che nel momento della caduta viene sentito come il nemico, la causa dei nostri mali. L’altro che esiste a prescindere da noi, quando questo prescindere ci ferisce a morte. L’altro portatore di bisogni, desideri, ricerca di felicità. L’altro che in mediazione, torna ad avere un volto, torna a essere umano, nonostante la tristezza, la rabbia, la paura.

Quelle che possiamo chiamare (al di là del dibattito scientifico) emozioni, ci parlano, aprono una finestra sulla parte più profonda di noi. Se impariamo ad ascoltarci iniziamo a sentirci “a casa” e possiamo imparare ad accogliere le parti più delicate di noi e degli altri. Per questo le persone stanno bene insieme a una persona che sa ascoltare bene, perché c’è una connessione emotiva, che toglie i muri dei giudizi e pregiudizi e crea un luogo di vicinanza autentica, permette di stare dentro sentimenti complessi e di coglierne il senso. Nella mediazione arriviamo a costruire una consapevolezza dei nostri vissuti emotivi, esprimere e comprendere una frase come “io ho paura, mi sento insicura in questo periodo, perché sono sola”. E sentire che in questa espressione c’è tanta umanità, l’umanità che la mediazione prova a rimettere in campo, provando a tenere le fila della relazione, quando le persone non riescono più a farlo da sole.

Il passaggio di analisi del nostro funzionamento interno, ci ha fatto comprendere che la natura delle emozioni è anche chimica, che sono informazioni che si attivano nel nostro cervello per permetterci di rispondere agli eventi della vita. In molte situazioni esse si muovono al livello inconscio, ma una parte di esse affiora alla parte conscia, anche se non ne abbiamo piena consapevolezza. Che vuol dire? Che c’è un “pezzo” di emozioni che noi riusciamo a sentire nel nostro corpo e di cui abbiamo una percezione consapevole, quando ad esempio diciamo: oggi mi sento felice, triste, arrabbiato, inquieto, etc. L’emozione è qualcosa che riusciamo a percepire, come dicevamo in precedenza, persino quando non riusciamo a dare un nome a quello che sentiamo.

Questo “sentire” costituisce un patrimonio preziosissimo perché può costituire la porta per andare a scoprire cosa sta accadendo ad un livello più profondo (non inconscio, che non è il campo della mediazione), alla ricerca dei bisogni perduti.


[1] Paul Ekman, Te lo leggo in faccia, Amrita, Torino, 2008, parla di rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto, disprezzo (emozioni primarie); invidia, vergogna, gelosia, nostalgia, rimorso, delusione, speranza, perdono, offesa (emozioni secondarie). Robert Plutchik, Psicologia e biologia delle emozioni, Bollati Boringhieri, Torino,1995, le divide in coppie: rabbia e paura, tristezza e gioia, sorpresa e attesa, disgusto e accettazione.

[2] Paul Ekman, Te lo leggo in faccia, Amrita, Torino, 2008.

[3] Daniel Goleman, Intelligenza emotiva, Bur, Segrate (MI), 2011.

[4] Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari, 2011.

[5] Paul Ekman, Te lo leggo in faccia, Amrita, Torino, 2008, pag. 95.

[6] Ibidem pag. 94.

[7] Ibidem pag. 94.

[8] Ibidem pag. 94. Vedi anche, Paul Ekman e Wally Friesen, Giù la maschera: come riconoscere le emozioni dalle espressioni del viso, Giunti, Firenze/Milano, 2007.